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L’innovazione sociale è spesso opera della perseveranza, più che della rivoluzione

Agostino Riitano, cultural manager and social innovator is the author of the book “Sud Innovation”, which is a reflection on social innovation applied to the management of cultural heritage, in particular on the southern Mediterranean reality. It is a study on some projects proposing a new model of wealth management, voted to social relations regeneration and active and collaborative use of resources. An area can be improved by activating human relationships and recognizing them social and economic value; a project is virtuous if it triggers an economic mechanism that involves social development, it is sustainable and  the community gains benefits from it. The main purpose is making citizens to trust, because they want immediate results, but what is good to know is that social innovation is often the work of perseverance, rather than revolution.

Per chi si avvicina al mondo dell’innovazione sociale è inevitabile il confronto con Sud Innovation, libro scritto a quattro mani da Stefano Consiglio,  professore Ordinario di Organizzazione aziendale presso l’Università Federico II di Napoli, e Agostino Riitano, cultural manager e social innovator.

“Sud Innovation (come si legge sul sito) avvia una riflessione sull’innovazione sociale applicata alla gestione del patrimonio culturale, con un campo di osservazione volutamente ristretto sulla realtà meridionale e mediterranea.”

Nel testo sono stati studiati alcuni progetti che, proponendo un nuovo  modello di gestione del patrimonio, riscattano i cittadini dalla condizione di proprietari, consumatori e anonimi contribuenti, rigenerano i rapporti sociali e determinano condotte responsabili, attive e collaborative nell’impiego delle risorse disponibili e potenziali.

Desiderando approfondire ancora di più l’argomento, ho contattato uno degli autori, Agostino Riitano, per porgli qualche domanda.

Leggendo il tuo articolo, Mediterraneo come attitudine all’innovazione sociale, scritto per DOPPIOZERO, mi hanno molto colpito le riflessioni sul rapporto con lo straniero e l’identità dei luoghi. Concludevi con una domanda: Dove? È la domanda dell’uomo in cammino, dell’uomo che arriva, dell’uomo che cerca. Dove è il Mediterraneo. È il mare bianco in mezzo alle terre? Come debba essere questo luogo di mare e di terra, è la domanda dell’uomo che costruisce, crea, conosce.”

A più di un anno di distanza, hai trovato una risposta?

Il Mediterraneo è un luogo impalpabile. È il luogo del “vorrei che fosse…”, è un progetto interiore, oltre che un’esperienza storica e territoriale.

A un anno di distanza, ho risposto a questa domanda innumerevoli volte, ho sempre dovuto rinnovare idee e parole. Il Mediterraneus è il “mare in mezzo alle terre”: ho imparato che abitarlo significa frequentare il mezzo, il confine, una condizione, cioè, che fluttua tra il reale e il potenziale. Non c’è altro modo che conoscere ciò che è, spingersi verso ciò che può essere, sperimentando tanto la metamorfosi quanto l’identità.

Nella cattedrale di Otranto, la simbologia del mosaico pavimentale fu concepita in modo da permettere a ciascuno, indipendentemente dalla propria origine e cultura, di ritrovare i propri simboli. Ciò per me rappresenta non solo la memoria di un’identità fatta di differenze, ovvero un insieme immutato di elementi storici ed ereditati, ma soprattutto una possibilità per il futuro. I simboli possono cambiare, ma il Mediterraneo, ventre della nostra vicinanza, è in ogni caso l’autentico e nobile punto di approdo delle nostre peregrinazioni.

In che modo i progetti analizzati in Sud Innovation, contribuiscono alla ricostruzione dell’identità mediterranea come bene culturale e collante per le comunità? Puoi farci qualche esempio?

I casi analizzati in Sud Innovation più che ricostruire l’identità mediterranea, ne sono un risultato. Un risultato a nostro avviso proficuo ed etico, pertanto, tra i diversi modelli socio-economici disponibili, noi selezioniamo e promuoviamo questi, perché attuano una politica edificante.

Mare Memoria Viva, progetto di Clac, a Palermo, ricostruisce il legame della città con il mare non con un’architettura o con una funzione infrastrutturale, come le governance locali pubbliche spesso pensano di poter fare, bensì attraverso le storie, le narrazioni e la partecipazione attiva degli abitanti.

La riqualificazione di un territorio si può ottenere, cioè, semplicemente attivando relazioni umane, riconoscendo ad esse valore sociale, e quindi economico. Se consideri la tradizione orale, la vivacità di scambi che hanno da sempre animato il nostro mare, comprendi come tale approccio sia assolutamente connaturato alla nostra indole.

Come tale aspetto produca economia è sintetizzato anche nel caso di Mediterranean MakeSense Tour, un viaggio di centrotrentatrè giorni in sedici paesi, volto a sostenere imprenditori sociali. La parte interessante è che il sostegno è attuato attraverso l’individuazione di makers sense locali, capaci di dare forza e concretezza al progetto imprenditoriale. Come vedi, non è un approccio che cala soluzioni dall’alto e le impone, è piuttosto un lavoro di esplorazione del territorio e di riconoscimento delle sue autentiche e autoctone capacità.

Quali sono le caratteristiche che rendono un progetto virtuoso e duraturo a Sud?

Un progetto è virtuoso se innesca un meccanismo economico che implica sviluppo sociale. È duraturo se la collettività ne trae benefici, se ne è coinvolta. Solo questo permette un ricambio tra sforzo, impiego di risorse e risultato. Diversamente, i progetti vanno ad esaurimento. Questo accade quando la comunità “ospita”, a volte suo malgrado, un’esperienza, e verso di essa non sente alcuna appartenenza.

 Cosa consigli a chi, come il team di MEET Project, cerca di investire in progetti culturali in una regione come la Calabria?

Alla luce di quanto ho detto finora, non ti sorprenderà se il mio consiglio è quello di considerare la Calabria come è. Non ha senso riferirsi ad altre regioni, impiantare modelli che hanno funzionato altrove. Esistono situazioni replicabili, ma prima occorre valutare se il territorio considerato ha quelle stesse caratteristiche e potenzialità che in altre realtà hanno permesso dei risultati.

Penso che ascoltare i bisogni sopiti, inconsapevoli, scoprire le conoscenze territoriali sia alla base di qualunque ideazione che voglia realizzarsi in tempi lunghi.

Non è però così semplice. Una volta che il territorio ha manifestato le proprie necessità, che ha mostrato saperi e potenzialità, non è automatico rendere il bagaglio accumulato operativo. Occorre abituare e persuadere i cittadini alla fiducia, perché vorranno risultati immediati. Abbiamo perso contatto con la lentezza ed è bene sapere che l’innovazione sociale è spesso opera della perseveranza, più che della rivoluzione.

Viviana Gentile

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Calabrese di nascita e di ritorno per scelta. Per anni ho vissuto e amato Milano dove mi sono laureata, ho scritto fumetti, articoli, interviste e ho divorato tutto quello che di culturale la città mi offriva.
Attratta dal sogno americano, ho trascorso tre mesi negli Stati Uniti, dove ho toccato con mano i tanti buchi neri di quel sogno. Tornata a Sud, da mesi mi occupo di promozione culturale e progettazioneper Trame – Festival dei libri sulle mafie.

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