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Storia e cultura del Carretto siciliano

The handcart has played a role of first class in the economic and cultural history of Sicily between the 18th and 19th century. There is still no Sicilian who does not know its structure and colors, and the scenes represented in it are appreciated worldwide.                The handcarts were the most important tool of peddlers , to attract attention to the merchandise they used to harness their means of transport . Several European travelers , on their way to Sicily, started to describe this indigenous amazed handcart, including Guy de Maupassant and even the Nobel Prize for Literature Salvatore Quasimodo. In recent times , the poet Ignazio Buttitta wrote : ” ..through images of the handcart, the Sicilian culture tells itself.”

Fin dall’antichità, il trasporto delle merci e delle persone avveniva per via mare mediante barche e per via di terra sul dorso di animali da soma o per mezzo di veicoli più o meno rudimentali. Il carro siciliano, come ogni altro strumento di lavoro, è strettamente legato alla storia economica e culturale dell’isola.

Dalla caduta dell’impero romano a tutto il sec. XVII, il deterioramento e poi l’assenza di una rete viaria percorribile con veicoli a due ruote, limitava l’uso del carro, lasciando così ai “vurdumara”, mulattieri al servizio dei grandi proprietari terrieri, il compito del trasporto dei prodotti per lunghi tragitti, mentre per il trasporto di persone, per brevi tratti, si utilizzavano portantine e lettighe, trainate per mezzo di stanghe, da uomini o da muli e dal sec. XVII, le carrozze trainate da cavalli. La più antica forma di carro in Sicilia è lo “stràscinu” o “stràula”, un primitivo carro senza ruote, una specie di slitta, che ancora oggi viene adoperato per il trasporto dei covoni di grano nelle zone dell’interno dell’isola.

La storia del carretto siciliano risale ai primi dell’ottocento, infatti, fino al ‘700, lo scarso sviluppo delle strade nell’isola aveva limitato i trasporti al dorso degli animali. E’ solo nel 1778 che il Parlamento siciliano approvò uno speciale stanziamento di 24.000 scudi per la costruzione di strade in Sicilia. Il governo borbonico nel 1830 si preoccupò di aprire strade di grande comunicazione, le cosiddette “regie trazzere”, non tanto per motivi economici, quanto per ragioni militari. La prima di queste “regie tazzere” fu la” regia strada Palermo-Messina montagne” che passava per Enna (allora Castrogiovanni) e arrivava a Catania.

Queste vie sterrate erano caratterizzate da solchi, a volte profondi, scavati dai pesanti carri nel passare. Fu così che i commercianti siciliani iniziarono a montare ai lati dei loro carri ruote molto grandi che permettevano di superare le fosse con relativa facilità. Il carretto siciliano fece così la sua comparsa nella storia dei mezzi di trasporto. Da quel momento, diversi viaggiatori di passaggio in Sicilia ne raccontarono le forme e i fregi, definendoli lavori d’arte. Inizialmente era a tinta unica, prevalentemente giallo, e il colore era usato solo allo scopo di proteggere il legno. Ben presto però sulle fiancate dei carretti comparvero altri colori, fregi e i primi disegni. Con il tempo, la praticabilità delle strade migliorò e i carrettieri, ceto emergente, fiero della sua ascesa sociale legata al raggiungimento di un certo agio economico, trasformò un semplice mezzo di trasporto in un autentico capolavoro dell’arte.

I carretti erano lo strumento più importante del lavoro dei venditori ambulanti che, per attirare l’attenzione sulla merce, bardavano riccamente i loro mezzi di trasporto e i cavalli con placche di cuoio, chiodi dorati, specchietti, nastri, borchie, pennacchi colorati e campanelli che, con il loro suono, annunciavano l’arrivo del commerciante. In questo periodo, le fiancate del carretto presentavano ricche decorazioni e pitture che rappresentavano immagini tratte dalla iconografia sacra: scene tratte dai Vangeli, immagini della Vergine Maria e la vita dei santi. Molto rappresentate furono le vite delle Sante Rosalia e Agata, particolarmente venerate nell’isola, e la vita di San Giovanni Battista.

In un periodo successivo, sulle fiancate dei carretti comparvero eroi epici impegnati in battaglie e avventure ed anche personaggi storici. Carlo Magno e i Paladini di Francia, le vicende delle Crociate, i fatti riguardanti Napoleone Bonaparte e Giuseppe Garibaldi furono i più rappresentati. Tali vicende traggono spunto dai cartelli dei cantastorie e dai fondali dell’opera dei pupi. Se però per realizzare questi ultimi si usavano colori ad acqua, che risultavano facilmente deperibili, per i carretti furono usati colori ad olio molto più resistenti. La realizzazione di un carretto inoltre non era cosa semplice. Per costruirne e definirne uno occorrevano, infatti, circa due mesi del lavoro continuo di diversi artigiani.

Diversi viaggiatori europei, nel loro passaggio in Sicilia, iniziano a descrivere meravigliati il carretto autoctono già dall’inizio dell’Ottocento. Tra tutti, quasi alla conclusione di quel secolo, lo scrittore francese Guy de Maupassant ci ha lasciato, nel suo resoconto intitolato “Viaggio in Sicilia”, una memorabile descrizione dei carretti siciliani: “…Vedo dei carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che presentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani…Persino i raggi delle ruote sono decorati…Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena… Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l’occhio e la mente e vanno come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere”.

In tempi più recenti, il poeta bagherese Ignazio Buttitta ha scritto: “..attraverso le immagini del carretto la cultura siciliana racconta se stessa”. Anche il Nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo, nella sua celeberrima “Strada di Agrigentum”, cita la figura del carrettiere.

Nella storia economica e culturale della Sicilia tra Ottocento e Novecento il carretto ha avuto un ruolo di primordine. Ancora oggi non esiste siciliano che non lo conosca e la struttura, i colori e le scene in esso rappresentate sono apprezzati in tutto il mondo. Citando ancora Guy de Maupassant: “Quegli uomini, quelli di una volta, avevano un’anima ed occhi che non somigliavano a quelli nostri; nelle loro vene, con il sangue, scorreva qualcosa di scomparso: l’amore e l’ammirazione per la Bellezza”.

L’ispirazione a volte arriva per caso:

 

Daria Portale

daria-portale

Laureata all’Università della Tuscia di Viterbo nel 2009 in Archeologia Medievale.
Ho partecipato come archeologa a vari scavi archeologici, tra cui Pompei, Siena e Arezzo. Operatrice didattica e guida presso il Parco di Villa Gregoriana a Tivoli, ho collaborato per anni con alcune associazioni culturali di Roma e Viterbo, ideando e conducendo itinerari storico- artistici, manifestazioni culturali e scrivendo articoli di arte e archeologia; dal 2002 è guida volontaria e collaboratrice per il FAI-Fondo Ambiente Italiano. La mia grande passione è trasmettere – a chi vi abita e a chi vi transita- il mio amore per l’arte e l’archeologia in tutte le sue espressioni e sfumature, con un occhio particolare verso il degrado e l’abbandono dei beni culturali di Roma e d’Italia.

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