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Mar

Sharing Economy Act: una proposta italiana

After the introduction into the Italian law of the Benefit Society, the Italian legislator is the first in the world aiming to regulate by law the still not well defined phenomenon of the sharing economy. Let’s try to better understand what’s inside the Act 3564 “discipline of the digital platforms for sharing of goods and services for the sharing economy promotion”

Dopo la legge sulle Società Benefit, l’iperattivo e intraprendente legislatore italiano si lancia ancora una volta in un’ardua e pionieristica impresa. L’Italia è, infatti, il primo paese che prova a normare il fenomeno, ancora non ben definito e non ancora del tutto maturo della sharing economy.

Primo passo dell’impresa è l’Atto Camera: 3564 – Proposta di legge – “Disciplina delle piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi e disposizioni per la promozione dell’economia della condivisione”, per gli amici Sharing Economy Act. Con questo atto, il Gruppo Interparlamentare sull’innovazione tecnologica, si propone di regolamentare in 12 articoli il fenomeno della condivisione di beni e servizi attraverso piattaforme digitali, esploso durante gli anni della crisi, come strumento di sopravvivenza prima e di business poi. Criteri ispiratori del testo sono a detta dei parlamentari proponenti: trasparenza, equità fiscale, leale concorrenza e tutela dei consumatori.

Il testo, in consultazione pubblica fino al 31 maggio, ha già riscosso alcuni apprezzamenti e subìto diverse critiche, soprattutto in riferimento ai più discussi aspetti che cercheremo di riassumere.

Innanzitutto si è provato di definire cos’è e cosa non è sharing economy, fornendo una definizione ufficiale, ossia è l’economia “generata dall’allocazione ottimizzata e condivisa delle risorse di spazio, tempo, beni e servizi tramite piattaforme digitali. Sono inoltre identificati i destinatari, infatti, la proposta di legge non si rivolge a tutti, ma specificamente agli “abilitatori”, cioè i gestori delle piattaforme che mettono in contatto gli utenti a cui appartengono i beni e servizi scambiati sulla piattaforma. Importante è la precisazione che fa l’art.4, che esclude dalla sfera della sharing economy tutti quei servizi per i quali il gestore stabilisce una quota fissa.

Sempre l’art.4 introduce l’obbligo per gli abilitatori dovranno dotarsi di un “documento di politica aziendale”, soggetto all’approvazione dell’Agenzia Garante per la Concorrenza e il Mercato, indicante tutte le condizioni contrattuali fra piattaforma e utente. Proprio da questo punto iniziano ad essere mosse le critiche, infatti, la procedura amministrativa di approvazione che si concreta con un silenzio assenso dell’AGCM, è “accusata” di limitare la propensione all’innovazione dell’ecosistema startup italiano a causa della necessità di attendere la tacita approvazione, cosa che potrebbe portare via almeno un mese, in un settore in cui il time to market è cruciale.

Altro punto sul quale si focalizzano le critiche sono gli aspetti fiscali, trattati all’art.5. Viene in questo caso inquadrato il reddito percepito dagli utenti operatori mediante la piattaforma digitale come “reddito da attività di economia della condivisione non professionale”, precisando che questo sarà citato a parte nella dichiarazione dei redditi, in una sezione apposita. Ai redditi fino a 10mila euro sarà applica un’imposta pari al 10%, versata dai gestori della piattaforma, che agiranno da sostituti d’imposta, versando i contributi all’Erario. Mentre, i redditi superiori a 10mila euro, considerati come non occasionali, saranno cumulati con i redditi da lavoro dipendente o da lavoro autonomo e a essi si applicherà l’aliquota corrispondente. Ovviamente, questo punto solleva diverse critiche sia sulla configurazione dei gestori delle piattaforme come sostituti d’imposta, che a proposito della quota di 10mila euro e l’aliquota al 10%. Nel primo caso, si segnala che, la condizione di sostituto d’imposta potrebbe essere amministrativamente e burocraticamente complessa da gestire per le piccole startup, per cui si richiede in alternativa che siano gli stessi utenti a provvedere al versamento delle somme all’Erario. Riguardo il secondo punto invece, soglia e aliquota indicate non sono considerate parametri affidabili in quanto ancora non esiste né una effettiva misura della portata del fenomeno della sharing economy , né i reali benefici che è in grado di produrre. Direttamente collegato a questo punto, è il dibattito aperto sulla definizione della condizione degli utenti delle piattaforme, ovvero se debbano essere considerati come lavoratori autonomi, subordinati o parasubordinati. Infatti, questa proposta di legge, non chiarisce tale aspetto concentrandosi solo sui soggetti gestori delle piattaforme e citando solo la differenza fra il reddito occasionale, considerato come un’integrazione al proprio, e quello superiore alla soglia fissata di 10mila euro, da sommarsi ai propri redditi. Fra i commenti pubblici alla proposta di legge, uno dei suggerimenti a nostro parere più utili, è la possibilità di avere un unico account per ogni servizio prestato su piattaforma da parte di un utente, cosi da avere un unico “raccoglitore” dei servizi prestati e di conseguenza facilitare il calcolo del reddito totale percepito da tali attività.

Ultimo elemento, che segnaliamo fra quelli maggiormente interessanti, è la previsione, all’art.7 comma 3, che le piattaforme dovranno mettere a disposizione degli utenti gli strumenti di verifica, modifica, obliterazione, cancellazione e prelievo dei propri dati utenti, ma anche la possibilità di cancellare con una sola operazione tutti i dati memorizzati all’interno del profilo dell’utente.

Veniamo alle considerazioni finali. Pur apprezzando lo sforzo normativo e la discussione pubblica sul testo, non sfugge che probabilmente, non c’è ancora un livello di maturità del settore tale da consentire un’adeguata normazione. Partendo dall’assunto che ancora nessuno sa davvero cos’è l’economia collaborativa, ma che per certo sta cambiando la natura stessa del lavoro e dell’impresa per come sono stati intesi finora, occorrerebbe forse aprire più un tavolo di confronto e analisi piuttosto che ragionare su un testo normativo che rischia di “tarpare le ali” un settore dalle grandi potenzialità, ma che necessita ancora di tempo per prendere il volo, quantomeno in Italia.

A nostro parere, nodo cruciale della discussione sarà la conciliazione fra la condizione degli utenti che al momento vivono in balia delle piattaforme, che rappresentano allo stesso tempo un “compagno di lavoro” e un “capo spietato”, e i gestori delle piattaforme che vestono l’abito del capitalista post-moderno che si rivolge non più a consumers ma a prosumers e la realtà che il più delle volte questo stesso capitalista post-moderno è un giovane che fino a qualche mese prima era un utente di “bla bla car”. È da questa conciliazione, dalla quale discendono le considerazioni sugli aspetti fiscali, previdenziali e di welfare, che potranno essere a loro volta chiariti i “rapporti di potere” della sharing economy, per evitare che questa si riveli alla fin fine un “lupo travestito da agnello”.

 

Elio Lobello

elio

Laurea Specialistica in Management e Consulenza Aziendale – Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro. Master II livello in Progettazione per lo Sviluppo Locale – Università di Bologna.

Dal 2008 mi occupo di progettazione sociale e dal 2012 in particolare di progetti finanziati dall’Unione Europea in ambito sociale, cooperazione territoriale e impresa. Collaboro  con diversi enti profit e non profit quali: società di consulenza, Società Geografica Italiana ONLUS, Coop. Sociale Promidea, Coop. Sociale Atlante,  Centro Calabrese di Solidarietà.

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