2
Mag

Quanto siamo Europa?

While celebrating the 31st anniversary of the Schengen agreements Europe i closing its borders to people struggling to escape from wars and persecutions and build a better life for them and their children. How can Europe overcome individualism and fear of the others? How could the United States of Europe be reached?

Fra poco più di un mese, il 14 Giugno per l’esattezza, si celebrerà il 31esimo anniversario dalla firma degli Accordi di Schengen. Era il 1985 quando Germania, Francia e i paesi del Benelux, sul battello “Principessa Astrid” ormeggiato sulle rive della Mosella lussemburghese, siglavano gli accordi che avrebbero rivoluzionato la vita di milioni di persone, proiettando l’Europa in una dimensione completamente nuova, la libertà di circolazione apriva un mondo. Poi, nel 1987 è fu la volta dello European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, meglio noto come ERASMUS, un programma che consente agli studenti universitari europei di passare un periodo di studio presso un’altra università europea, ed è ispirato al teologo olandese Erasmo da Rotterdam che nel XV secolo viaggiò in diversi paesi d’Europa per scoprirne le diverse culture. Poi, facendo un bel salto nel 2014 è arrivato ERASMUS+ il programma integrato per l’istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport che ha fra i propri obiettivi proprio quello di rimuovere le barriere e favorire nuove forme di cooperazione.

Tuttavia, queste enormi finestre che si sono spalancate da una parte all’altra d’Europa, oggi corrono il rischio di essere richiuse o quantomeno molto limitate. Proprio gli accordi di Schengen sono oggi fortemente messe in discussione, gli accordi sono già stati sospesi per alcuni giorni dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles nell’Ovest d’Europa, oggi diversi paesi ne richiedono la sospensione per almeno un anno e nell’Est Europeo i governi dell’ex blocco sovietico alzano muri perchè impauriti e impreparati, come il resto d’Europa alla gestione di quello che è senza dubbio un fenomeno epocale e inarrestabile, l’immigrazione.

Parliamo ovviamente un fenomeno presente da sempre e che sempre esisterà, fisiologico di ogni società e di ogni tempo, ma questa volta tale fenomeno risulta aggravato da alcuni fattori che hanno determinato la situazione attuale. Da una parte occorre considerare la crisi che tutto il Nord Africa attraversa dal 2011 a seguito delle Primavere Arabe e di ciò che ne è derivato in termini di nuovi governi legittimati dal popolo o presunti tali; dall’altra parte occorre considerare la situazione crisi economica e politica che l’Europa nel suo complesso sta attraversando ormai dal 2010, come derivazione e trasformazione della crisi iniziata negli USA nel 2008, e dalla quale stenta a venirne fuori.

A causa di questi ed altri motivi contingenti oggi l’Europa si trova completamente impreparata a gestire il flusso di migranti che proviene dalla Libia, dalla Siria e dai paesi dell’Africa sub sahariana come Nigeria, Somalia, Mali, Etiopia, Sudan ecc

A parte qualche timido tentativo di divisione delle quote di migranti fra i vari paesi (120000 in totale), le iniziative restano del tutto inadeguate. Abbiamo visto e vediamo continuamente cambiare le rotte migratorie, a partire da quella attraverso il Mediterraneo, che oggi continua ad inghiottire vite umane; poi la rotta balcanica chiusa dalle barriere erette dal governo macedone e poi da quello austriaco; infine, è stata la volta della rotta attraverso la Turchia per raggiungere la Grecia attraverso l’Egeo.

È proprio di un mese fa la firma dell’accordo UE-Turchia per trattenere i migranti che tentano di partire dalle sue coste. L’accordo prevede che sostanzialmente chiunque arrivi illegalmente in Grecia dalla Turchia, cioè tutti perché un modo legale non esiste per i profughi, venga rispedito indietro. In cambio di questo servizio di “portineria” è previsto il ricollocamento su suolo europeo di 72000 siriani secondo la logica “uno contro uno”, però questo non succederà finchè non ci sarà un numero corrispondente di persone rimandato indietro. È un accordo totalmente squilibrato considerato che nel 2015 sono arrivati in Europa circa un milione di migranti e 146 mila solo dall’inizio del 2016; però la Turchia intanto riceve 6 miliardi di euro per gestire il problema. Tutto questo senza contare che questi fondi vengono dati ad un paese che probabilmente resterà per sempre soltanto candidato ad entrare nell’UE viste le sue numerose contraddizioni in termini di tutela dei diritti umani, di uguaglianza e di democrazia. E di questo l’Europa ne è consapevole.

Non è stata mai neanche presa in considerazione l’ipotesi di predisporre un corridoio umanitario per preservare la vita dei migranti ed evitare il traffico di vite umane, piuttosto si pensa al migration compact che risponde alla logica “aiutiamoli a casa loro”, dando ulteriore denaro a delle dittature sotto forma di investimenti per trattenere con ogni mezzo chi cerca di fuggire. La maggior parte dei migranti non fugge per motivi economici, come riferito anche da don Mussie Zerai fondatore della Ong Habeshia, che dichiara “alle radici di questa tragedia umanitaria ci sono persone che fuggono per salvare la propria vita. Guardata in questa prospettiva, risulta inappropriata la strategia di chiedere maggior controllo di flussi in cambio di investimenti economici e facilitazioni”.

Dall’altra parte del Mediterraneo poi ci siamo noi, l’Italia con il suo sistema di accoglienza e la rete SPRAR. Sono 434 i progetti con 20744 posti presenti in Italia e 53 progetti e 1894 posti in Calabria; i servizi sono forniti dagli enti locali insieme agli enti del terzo settore e consentono quella che è detta accoglienza integrata (non solo vitto e alloggio, ma anche orientamento, informazione, accompagnamento e inserimento socio-economico). L’emergenza però ha fatto sorgere un numero ancora maggiore Centri di Accoglienza Straordinari (42000 posti nel 2015), servizi appaltati dalle Prefetture sostanzialmente a chiunque e che proprio per l’urgenza non rispondono, o lo fanno solo formalmente, a tutti i requisiti necessari e richiesti per le strutture della rete SPRAR. Probabilmente sono destinatari di minori controlli e sicuramente l’obiettivo non è quello di favorire l’integrazione, ma il semplice soddisfacimento di bisogni primari, come il mangiare e l’avere un letto. In questo scenario emergono casi in cui le strutture non rispettano gli standard sanitari e di igiene minimi costringendo gli ospiti a vivere in condizioni indegne, in altri casi si tratta di strutture totalmente distaccate dai centri abitati che rendono oltremodo difficoltosa l’integrazione degli ospiti e il loro inserimento socio-economico.

Infine, anche se questo non conta nelle statistiche nazionali, ci sono reti civiche che provano a dare un contributo all’accoglienza, come l’esperienza del Centro Baobab di Roma, ora Baobab Experience, che in spazi occupati inutilizzati del Comune di Roma ha svolto fino a poco tempo fa attività di volontariato a favore dei migranti. Almeno fino allo sgombero avvenuto proprio qualche mese fa dal Commissario Straordinario Tronca.

Si denota dunque, un sistema complesso e variegato che lavora nell’accoglienza, che produce per i territori e le comunità che ospitano tali strutture una serie di effetti. Ogni qualvolta viene avviato un centro SPRAR l’ente locale che lo ospita vede la propria comunità, soprattutto nei piccoli paesi del Sud, rinnovarsi e rinascere, oltre che in termini economici grazie al fatto che si creano posti di lavoro sul territorio, vengono pagati gli affitti per le strutture che ospitano il centro e anche gli ospiti con la cospicua quota di 2,50 € al giorno che gli viene riconosciuta, hanno la possibilità di spendere sul territorio, magari proprio in aree che andavano spopolandosi. A tal proposito si veda l’esempio del Sindaco Mimmo Lucano del Comune di Riace (RC) che per primo ha capito le potenzialità che offrivano dei migranti fuggiti alla guerra e arrivati in un paesino ormai praticamente spento, lo stesso uomo che lo scorso mese è stato inserito nella top 50 degli uomini più potenti del pianeta dalla rivista Fortune.

Derivano ovviamente anche effetti negativi, quando gli enti gestori di tali strutture non badano adeguatamente alle attività di integrazione con il territorio, quando non viene data agli ospiti la possibilità di entrare in contatto con la comunità ospitante, quando non viene loro riconosciuto il pocket money costringendoli ad elemosinare alimentando ulteriormente l’intolleranza dei cittadini. Quando le strutture non sono adeguate all’ospitalità delle persone ma solo un’occasione di guadagno.

Ciò che emerge da questa breve analisi è un sistema che non regge l’impatto, non l’Italia, non la Grecia e soprattutto non la Turchia possono far fronte al più grande fenomeno di migrazione di massa dopo la II Guerra Mondiale. Dovrebbe essere l’Europa a farlo, richiamandosi alle proprie origini, a quel motto “uniti nelle diversità” e diventare quegli Stati Uniti d’Europa immaginati dai padri fondatori, ricordando innanzitutto che quello europeo è un popolo migrante e che dall’esperienza che sta vivendo oggi può uscirne a testa alta solo se saprà affrontare la questione come un organismo politico unico. Sarà necessario anche capire che il diritto a cercare una condizione di vita migliore è un diritto fondamentale e che impedire la mobilità delle persone non è una soluzione, né tantomeno lo è pagare dei dittatori per fare il lavoro sporco al suo posto, altrimenti si rischia di radicalizzare ancora di più la tensione fra popoli, culture e in definitiva anche fra singole persone anche se queste vivono fianco a fianco da anni.

Elio Lobello

elio

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo non sarà pubblicato. I campi richiesti sono contrassegnati*

MEET ME

MEET Project Società Cooperativa Sociale a r.l.

Sede legale: Piazza Montenero II trav. n.2 – 88100 Catanzaro (CZ)

P.IVA/C.F.: 03537920799

Per info:

email: amministrazione@meetproject.org

PEC: meetprojectsociale@pec.it

  T. +39 328 7339483