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Lug

SEMI TRA MONOPOLI E RESISTENZA

Il monopolio del mercato dei semi da parte di una manciata di multinazionali mette a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità, pregiudica l’autonomia delle comunità contadine, distorce la rilevanza sociale della scienza e della tecnologia.

Non si riflette mai abbastanza sulla loro importanza. Difficilmente pensiamo che da essi provengono gli alimenti di cui ci nutriamo ed è raro che ci interroghiamo sulla loro storia, al momento di acquistare o consumare del cibo. Eppure i semi costituiscono il primo anello della catena alimentare. Per millenni i contadini e soprattutto le contadine li hanno selezionati, conservati e reimpiantati, garantendo la vita dell’umanità. Dall’epoca delle politiche di sviluppo applicate all’agricoltura, con la prima e la seconda Rivoluzione Verde, tuttavia, i semi sono diventati anche un grande business. Basti pensare che attualmente tre imprese (Monsanto, Pioneer Dupont e Syngenta) controllano il 53% del mercato globale. La creazione di questi giganti dell’agribusiness è stata il risultato di un costante processo di concentrazione, iniziata con l’acquisizione delle aziende sementifere da parte dell’industria chimica, al fine di vendere semi, fertilizzanti e pesticidi insieme e rafforzata dall’ingegneria genetica, che ha incoraggiato le fusioni con imprese farmaceutiche e veterinarie. In questo momento, l’integrazione verticale (tra aziende dello stesso settore) e orizzontale (tra aziende di settori diversi) implica un controllo quasi totale della catena alimentare e farmaceutica, dal germoplasma al prodotto finale. Anche i diritti di proprietà intellettuale regolati dai Trips (trade-related aspects of intellectual property rights) rappresentano un importante strumento di consolidamento dei monopoli. Estendendo una legislazione statunitense al resto del mondo e grazie alle possibilità offerte dall’ingegneria genetica, infatti, i Trips hanno reso per la prima volta brevettabile e commercializzabile la vita nelle sue forme più svariate. L’aspetto più grave è che i brevetti proteggono non solo le reali innovazioni ma, soprattutto, l’accaparramento dei saperi tradizionali da parte di grandi aziende, che acquisiscono il diritto di vietare agli agricoltori e alle agricoltrici di continuare a fare libero uso di semi, piante, animali, tacciando queste pratiche di “furto di proprietà intellettuale”. Come dichiara la scienziata e attivista Vandana Shiva: “contrariamente alla percezione comune i diritti di proprietà intellettuale occidentali […] ben lungi dall’impedire la pirateria intellettuale, sembrano addirittura promuoverla, spingendosi in alcuni casi fino alla violazione dei diritti umani” (2002, p.7). In questo scenario di monopoli, comunità contadine e movimenti sociali di tutto il mondo hanno adottato i semi locali come un simbolo fortemente evocativo di resistenza e creatività, in cui si articolano giustizia sociale ed ecologica. Nei prossimi appuntamenti della rubrica, racconteremo, a partire da diversi Sud, varie esperienze di produzione e scambio di semi locali.

Mariateresa Muraca

muraca

Calabrese per scelta e nomade per vocazione, ho conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Umane presso l’Università di Verona e l’Università Federale di Santa Catarina (in Brasile).
Sono attivista e studiosa di movimenti sociali. In particolare, negli ultimi anni, mi sono occupata
di movimenti femministi e contadini.

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