6
Ott

Speak Well: MEET Project in Polonia l’avventura continua

Project storytelling II e III giorno

Siamo giunti al IV giorno di attività nell’ambito del progetto Speak Well in cui stiamo realizzando insieme ad organizzazioni giovanili provenienti da Polonia, Grecia, Portogallo, Romania e Bulgaria una serie di workshop e dibattiti sul tema del hate speech.

Dopo una prima giornata di conoscenza, abbiamo iniziato a costruire un framework comune sul tema e non per dare necessariamente etichette agli argomenti e alle situazioni, ma per definire in termini comunicativi cosa è e cosa non è hate speech. Il compito apparentemente semplice, ha creato in realtà diverse dinamiche di confronto e di discussione.

Ci siamo trovati a rispondere a domande del tipo: è davvero così sottile il confine fra libertà di espressione e hate speech? con quali altri diritti può entrare in conflitto il nostro diritto di esprimerci liberamente? Pensiamo ad esempio al diritto alla privacy, soprattutto quando non parliamo di un personaggio pubblico, ma di una persona comune.

I giochi di ruolo presentati fin ora dagli amici Bulgari, Greci e Portoghesi ci hanno fatto vivere in modo molto realistico le dinamiche di esclusione che possono portare i discorsi d’odio perpetrati sia in persona che via internet. Psicodrammi, giochi di ruolo, simulazioni e conseguenti dibattiti sono strumenti che soprattutto per i più giovani, ma anche per gli adulti (considerata la varietà in termini di fasce di età presenti al training) sono occasioni di crescita e apertura mentale assolutamente fondamentali.

Abbiamo anche avuto occasione di parlare degli ultimi casi della cronaca italiana, come la tragica storia di Tiziana, la giovane ragazza che si è suicidata a causa di un suo video hard pubblicato in rete, ma ci siamo anche confrontati sul caso delle vignette di Charlie Hebdò sul terremoto di Amatrice.

Benché la discussione e i lavori siano ancora lunghi, per quanto abbiamo fin ora potuto capire, effettivamente, il confine fra hate speech e libertà di espressione non è poi cosi sottile come sembra, forse usiamo spesso questa motivazione come una scusa. Nel momento in cui si valuta un caso di potenziale hate speech occorre tenere in considerazione alcune variabili come: il contesto, l’intonazione di chi riferisce la frase o la scrittura (se questa avviene in un post su internet), se vengono utilizzati degli emoticon, sottolineature, grassetti o punti esclamativi. Occorre considerare il linguaggio non verbale e le motivazioni dietro l’espressione di una certa opinione. Inoltre, si ritiene fondamentale il fatto che è discriminante rispetto all’identificazione di una situazione come manifestazione di libertà di espressione piuttosto che come semplice hate speech il fatto di raccontare la verità riguardo a qualcuno o qualcosa. La diffusione di notizie false per il semplice discredito dell’altro non può in alcun modo considerarsi libertà di espressione.

Oggi è il nostro turno, in linea con le attività che MEET Project conduce, per fare meglio comprendere i meccanismi di accoglienza  dei richiedenti asilo e i pregiudizi che spesso impediscono la loro integrazione, simuleremo una commissione territoriale per la richiesta di asilo, con qualche variante per rendere il gioco fruibile per i non addetti ai lavori. Cercheremo in pratica di capire quali sono i pregiudizi che un certo territorio può avere rispetto a un altro e come è possibile invece trarre il meglio per tutti dalla conoscenza reciproca.

Seguiteci sulla Facebook di MEET Project, ogni giorno pubblichiamo le foto delle attività realizzate.

Per avere informazioni riguardo il progetto Speak Well e il partner italiano Futuro Digitale che ci ha invitati a partecipare, cliccare qui

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