18
Apr

#NOstoI: Alla ricerca dell’estate perduta

#NOstoI: storie di viaggi dall’arrivo incerto 

Storie di partenze, di distacco, di perdita. Storie che sono occhi e mani. Storie che costruiscono insieme nuove case. Storie di incontri. Storie di ritorni. 

La scorsa estate è andata così, l’ho persa.

Quando firmi un contratto di lavoro che ha inizio il primo di agosto, non può essere altrimenti. In più, ero in Calabria, non avevo una macchina e dovevo andare ogni giorno a Isca sullo Ionio, uno dei tanti paesi semi desertificati che vede sorgere il nucleo storico sulla montagna e una frazione (la classica zona marina) a ridosso del mare, vicino alla stazione.

Eppure la ricompensa era grande. Sarei, per la prima volta, entrata in una classe e avrei insegnato la mia lingua a persone straniere. Finalmente, dopo mesi di tirocinio, mi sarei ritrovata in uno SPRAR.

Cominciai a fare una vera e propria sperimentazione metodologica. Ogni giorno mi chiedevo “come posso accogliere culturalmente questi ragazzi? Insegnargli la lingua e contemporaneamente facilitare il processo di integrazione valorizzando anche la loro cultura di origine?”. Tutto questo mentre fuori c’erano 40 gradi all’ombra e  combattevo con gli inevitabili cali di pressione dati dalle attese dell’autobus alle 13.00 sulla statale Ionica 106.

Non ho mai chiesto nulla sulla loro storia. Perchè fossero lì e come ci fossero arrivati. Queste informazioni le avevo già lette nelle loro schede, prima di incontrarli. Il pietismo non mi è mai piaciuto e penso che non serva, anzi, penso che tolga di dignità alle persone con cui ci si rapporta. Ho lasciato loro la possibilità di raccontarmi il bello di quello che avevano lasciato e, insieme, abbiamo cercato il bello in quello che ci circondava.

Alcuni giorni entravo in classe ed erano più tristi del solito. Allora uscivamo e, con quaderno e penna alla mano, esploravamo il paese. Appuntavamo i nomi delle cose, parlavamo del tempo, di cosa vedevamo intorno a noi, li stimolavo a interagire con le persone del luogo per creare un dialogo, una prima scintilla di comunità. Alle volte salivamo in cima al paese, vicino a una chiesa da dove si poteva vedere tutta la costa e lì osservavamo il mare. Parlavamo dei colori e delle loro terre.

Venivano dal Camerun, dal Senegal, dal Mali, dalla Nigeria, dall’ Afghanistan parlavano lingue e dialetti diversi. Uno di loro era analfabeta, mentre altri erano studenti universitari, ma con tutti siamo riusciti a comunicare in italiano. Abbiamo ascoltato e studiato i testi di De Andrè,  abbiamo letto Calvino, abbiamo parlato di politica internazionale e di religione. Abbiamo costruito una libreria e imparato insieme a cucinare cibi tipici dei loro paesi e italiani.

Quando ci siamo salutati, era dicembre, ho regalato loro una poesia di Walt Whitman, Il canto della strada, e gli ho detto di non avere paura, che una strada c’è per tutti, da qualche parte, basta avere fiducia.

Allora Williams mi ha fatto un dono dicendomi: “In Camerun esiste un proverbio –due montagne non potranno mai avvicinarsi, ma due uomini, se lo voglio, potranno sempre ritrovarsi-”.

viviana gentile

Calabrese di nascita e di ritorno per scelta. Per anni ho vissuto e amato Milano dove mi sono laureata,
ho scritto fumetti, articoli, interviste e ho divorato tutto quello che di culturale la città mi offriva.
Attratta dal sogno americano, ho trascorso tre mesi negli Stati Uniti, dove ho toccato con mano i tanti buchi neri di quel sogno.

Tornata a Sud, ho continuato a occuparmi di promozione culturale e progettazione. Inoltre, da un anno, insegno italiano nei centri di accoglienza.

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