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Lug

PEOPLE HAVE THE POWER – la rivoluzione della collaborazione

Mi piace iniziare il mio contributo a partire dal titolo di una splendida canzone di Patti Smith “People have the power”. Questo brano nel 1988 gridava la possibilità delle persone di reagire al mondo dei folli per giungere, attraverso un moto rivoluzionario, ad un mondo basato sulla pace e sulla collaborazione.

È proprio questo il termine sul quale mi va di soffermarmi, perché oggi, in un mondo dominato da folli che propugnano concetti folli, la collaborazione è un’atto rivoluzionario e i territori se ne stanno progressivamente facendo interpreti attraverso l’opera di persone che in modo stra-ordinario, inventano nuovi paradigmi di vivere la vita sulla terra. Paradigmi basati proprio sulla collaborazione e su tutta una serie di altri concetti scaturiti da questo. Sempre più spesso, grazie anche all’effetto moltiplicatore dei social network, nuovi termini sono entrati nel linguaggio comune e in alcuni casi sono oggi parte reale delle nostre vite; tuttavia la conoscenza di questi fenomeni resta per i più di tipo superficiale. Mi riferisco a concetti quali: co-working, co-design, co-housing, carsharing, carpooling, social street, social innovation, co-opetition, crowdfunding, fablab, GAS, crowsourcing, e-democracy, peer to peer, disintermediazione, ecc, ecc. Per averne una definizione è possibile consultare il Vocabolario della Social Innovation realizzato da MIXURA (http://goo.gl/6D4LEM)

Potrei andare avanti quasi all’infinito, anche nel momento stesso in cui leggete questo articolo, c’è di sicuro qualcuno che sta inventando una nuova parola per definire un pezzetto di questo fenomeno rivoluzionario mondiale, il fenomeno della sharing economy. In questa sede è impossibile pensare di spiegare tutto l’universo della terminologia legata alla economica della collaborazione, per almeno due motivi: 1- non esiste ancora una definizione univoca del termine, per oggi è piuttosto l’insieme dei termini che definisce il fenomeno; 2- perché dovremmo andare più a fondo e indietro nel tempo fino all’Illuminismo italiano e in particolare napoletano. Mi permetto a questo proposito una brevissima digressione. Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri e Giacinto Dragonetti nel XVIII secolo, definivano gli aspetti fondamentali dell’economia civile, che a mio modestissimo parere sono alla base dell’odierna economia della collaborazione. Ciò che in estrema sintesi differenzia l’economia civile dall’economia politica di Adam Smith è il fatto che quest’ultima non considera aspetti quali l’amicizia e la reciprocità come elementi che definiscono il mercato. Ovviamente ci sarebbe molto altro da dire, ma per ora fermiamoci qui, è questo che per adesso mi interessa segnalare al fine di analizzare quanto contenuto dei termini della sharing economy.

Il mio intento è quello di fare ordine. Per cui facciamo innanzitutto chiarezza su cosa è sharing economy e cosa non lo è attraverso due esempi pratici. CAR2GO, start up di successo per la condivisione delle auto nelle grandi città, poi seguita da altri come ENJOI di ENI. I due esempi citati, seppur pubblicizzati come esempi legati all’economia della collaborazione, differiscono per un requisito fondamentale: la proprietà dei mezzi. Per rientrare nell’alveo dell’economia collaborativa, l’automobile dovrebbe essere di un privato che la condivide con un’altra persona, mentre in questo caso l’auto è di proprietà di società private. Se da un lato questo favorisce la condivisione del mezzo, dall’altro ha ulteriormente inondato le città di automobili, aumentando l’emissione di gas serra e generando un effetto imitazione da parte di altre imprese e quindi ulteriore inquinamento. Dunque, il primo elemento da capire è che l’economia della collaborazione si basa sulla condivisione di elementi di proprietà di un privato cittadino con altri, come nel caso del car pooling, di AirB&B, del Couch Surfing o di BlaBlaCar. Io possiedo un’auto, ma per risparmiare sulle spese di gestione e perché ho una certa sensibilità ambientalista decido di condividerla con te che hai bisogno di un’auto ma non ce l’hai.

Altro esempio, che lentamente ma inesorabilmente si sta diffondendo in tutta Italia è quello delle social street, che ha alla base il recupero delle relazioni all’interno del quartiere. Quasi nessuno, se non nei piccoli centri o in quartieri particolarmente attaccati alla propria storia come può essere San Lorenzo a Roma, ci si conosce e si organizzano attività di animazione e di collaborazione. Le social street (http://www.socialstreet.it), nate a Bologna con la prima nata in via Fondazza nel 2013, hanno proprio questo obiettivo, “socializzare con i vicini della propria strada di residenza al fine di instaurare un legame, condividere necessità, scambiarsi professionalità, conoscenze, portare avanti progetti collettivi di interesse comune e trarre quindi tutti i benefici derivanti da una maggiore interazione sociale”. Ciò genera dei momenti di nuova socialità e di condivisione completamente dimenticati, soprattutto nelle grandi città, ma anche nei piccoli centri. Nella piccola comunità di Nelson in Nuova Zelanda, la social street ha permesso di rispondere alla mancanza di mezzi pubblici, favorendo la nascita di un blablacar locale. é facile capire come in questo caso si vada oltre il concetto di sharing economy in quanto la grandezza della social street è di riuscire ad attivare delle relazioni durature. Dalla banalità di chiedere qualcosa ad un vicino, nasce una nuova relazione con una persona che seppur vicinissima non ha mai avuto rapporti con noi e viceversa.

Tutto questo genera quello che i tecnici chiamano Capitale Sociale, che non è l’insieme delle quote sottoscritte da chi costituisce una società, ma è l’insieme delle persone, delle loro conoscenze e competenze e delle relazioni che queste tessono fra loro e che generano prima cooperazione e a cascata infinite possibilità di essere cittadini attivi.

Elio Lobello

elio

Laurea Specialistica in Management e Consulenza Aziendale – Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro. Master II livello in Progettazione per lo Sviluppo Locale – Università di Bologna.

Dal 2008 mi occupo di progettazione sociale e dal 2012 in particolare di progetti finanziati dall’Unione Europea in ambito sociale, cooperazione territoriale e impresa. Collaboro  diversi enti profit e non profit quali: società di consulenza, Società Geografica Italiana ONLUS, Centro Europeo per il Turismo, Centro Calabrese di Solidarietà.

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