10
Ago

L’ARCHEOLOGIA PREVENTIVA

L’Archeologo non gode di buona fama. E’ sempre visto come colui che è pronto a bloccare il corso in opera di cantieri edilizi pubblici (e privati) per la presenza di un coccio antico. E’ quello che sento ripetere troppo spesso. E se il cantiere poi riguarda una città come per esempio Roma o, senza andare troppo lontani, alcune aree della Magna Grecia non c’è da attendere nemmeno molto prima che la speranza di portare a termine una costruzione svanisca per sempre. 

Purtroppo questa etichetta nasce da un’interpretazione completamente sbagliata di quello che è l’archeologia. Ed e’ proprio da questa etichetta che vorrei fare alcune considerazioni.

La prima è di ordine generale: l’interesse archeologico è parte inscindibile del territorio nazionale, ecco perché i Padri Costituenti ne hanno fatto un principio fondamentale (art. 9). Pensare di operare sul territorio ignorandolo è come rifiutare anche l’esistenza di fiumi o di mari. Con l’archeologia ci devi fare i conti prima o poi.

La seconda è di ordine pratico: prima accettiamo che è parte di noi stessi prima inizieremo a pensare e ad agire correttamente. E’ come decidere di costruire in un’area di demanio marittimo o fluviale, si compie lo stesso scempio: “La Repubblica Tutela  il  paesaggio  e  il  patrimonio  storico e artistico della Nazione”. Il problema non è bloccare le continue costruzioni (che pure andrebbero frenate) ma è l’impostazione della politica urbanistica che evita sistematicamente la figura dell’Archeologo. L’archeologia deve essere prevista e considerata materia di pianificazione territoriale. Il Codice dei Contratti Pubblici (D.Lgs 163/2006) disciplina agli articoli 95 e 96 la procedura di Verifica Preventiva dell’Interesse Archeologico nei lavori pubblici (il d.P.R. 207/2010 fornisce la normativa di dettaglio) e prevede la figura dell’Archeologo durante le tre fasi del progetto (preliminare, definitivo ed esecutivo). La cosiddetta Archeologia Preventiva serve proprio a prevedere la presenza Rilevante di complessi archeologici prima dell’inizio di un lavoro pubblico e non in corso d’opera.

La presenza dell’archeologo trova certamente il suo significato in fase di previsione e di studio di fattibilità che non in un momento successivo quando, in assenza di attuazione del decreto, egli è costretto a bloccare il prosieguo del lavoro pubblico alimentando ancora una volta la visione negativa del suo operato. L’atto normativo è la concretizzazione di quel trait d’union che rimanda immediatamente al mio precedente articolo: il superamento e l’evoluzione da un concetto di interventi meramente di emergenza (appunto l’archeologia d’emergenza) a quello di interventi preventivi e correttivi che avranno i loro effetti non nell’immediato ma solo a lungo tempo.

Giulia Calonico

giulia calonico

Laureata in Archeologia a Cosenza, Specializzanda in Beni Archeologici a Firenze…ma continuo a preferire sempre e comunque la mia adorata Calabria.

Archeologa da campo e particolarmente attenta alle tematiche ambientali connesse alla salvaguardia dei beni culturali. Collaboro con alcune associazioni per visite guidate nell’area  Alto Tirrenico-Cosentina e mi impegno a trasmettere la mia passione e identità con articoli e con un programma radiofonico sui beni culturali in Calabria in onda su Radio Ciroma .

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