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Set

PEDALANDO SI DISSEMINANO TRASFORMAZIONI. L’ESPERIENZA DI “SEMI AUTONOMI”

“Semi autonomi” è un progetto di Crocevia Calabria che mira a recuperare e diffondere semi locali. Durante due settimane di agosto, è stata realizzata la ricerca di campo itinerante: un viaggio in bicicletta nelle campagne calabresi per incontrare chi ancora conserva varietà tradizionali. La prima edizione del 2013 aveva permesso di ritrovare più di 50 varietà, successivamente ridistribuite a contadini e contadine desiderosi di coltivarle. I semi raccolti sono stati piantati anche nell’orto botanico dell’Università della Calabria, grazie al progetto “hortus in fabula”.

An itinerant field research was carried out in August, as a part of the project “Semi Autonomi”, promoted  by Crocevia Calabria. A group of seekers coming from towns of Calabria, but also from Indonesia and Paraguay, rode through the Calabrian hinterland in search of local seeds, varieties of seeds of the past, passed down from generation to generation in small towns like Bianchi or Tirivolo, those seeds which today are unfortunately excluded from the market. Itinerancy allows you to get in touch with places with curiosity and gratitude, but also with practices and people who are on the edge of some social realities. Unexpected questions generate streams of words and then actions, and in a short time seeds with unusual features appear in vegetable gardens: a variety of peas that resist the snow, pumpkins shaped bottle, and a type of cabbage especially savoury. Itinerancy generates questions and also leads communities to recognize forgotten aspects; nobody could have imagined that the silent practice of saving seeds through the years could even promote food sovereignty and to defend biodiversity.

Una combriccola di cercatori e cercatrici di semi percorre in bicicletta l’entroterra calabrese. Non pedalano per vincere. Non faticano per guadagnare. Tra gli universitari nessuno studia agronomia. Non sono neanche propriamente agricoltori anche se fanno l’orto. Si sono incontrati prendendo strade diverse – arrivano da Cosenza, San Giovanni in Fiore, Corigliano, Catanzaro ma anche dal Paraguay e dall’Indonesia. Mescolano ciò che l’ordine dominante disciplina e distingue. Si chiamano Yvonne, Iris, Fausto, Gio, Francesco, Giovanni, Monis, Lello, Ciccio. Li ho accompagnati per un pezzo di strada, insieme alla mia amica Andrea.

L’itineranza è un modo di stare al mondo capace di generare relazioni con i contesti, forme della socialità e della politica molto peculiari. Scegliere uno stile itinerante implica accostarsi ai luoghi che si attraversano con interesse e gratitudine, invece che con supponenza e pretese.

“Cerchiamo semi antichi, varietà tramandate localmente di generazione in generazione”. Può essere una richiesta inaspettata persino per piccoli comuni come Bianchi o Tirivolo con un passato recente fortemente contadino. O forse proprio per questo: il lavoro della terra è una condizione da cui riscattarsi. I pochi che coltivano “per hobby” si sono per lo più “modernizzati”. Comprano i semi nei vivai e hanno abbandonato varietà che – seppure molto versatili e adatte alle condizioni locali – non rispettano le esigenze di un mercato dai gusti sempre più standardizzati.

L’itineranza permette di entrare in contatto con pratiche e persone che stanno ai margini di una certa realtà sociale o ne rappresentano lo scarto. Così, le domande impreviste generano un parlottare soffuso, flussi di passaparola, azioni e movimenti. Nel giro di qualche giorno compaiono di casa in casa, di orto in orto, semi dalle più eterogenee caratteristiche: varietà di piselli che resistono alla neve; fagioli con nomi affettuosi: le monachelle, le zingarelle, l’occhio di quaglia; zucche “a bottiglia” per arredare oppure destinate a specifici scopi culinari come la “talli e fiori”; un cavolo vernitico particolarmente saporito. Di tanto in tanto, un ricordo nostalgico: “la patata tonda di Berlino era così buona ma non abbiamo più potuto piantarla”.

L’itineranza provoca interrogativi imprevisti che possono stimolare le comunità a riorientare lo sguardo su di sé, a riconoscere aspetti dimenticati. Nessuno aveva immaginato che la pratica silenziosa di conservare i semi di anno in anno potesse essere così importante, addirittura promuovere la sovranità alimentare dei popoli, difendere la biodiversità. I gesti e le parole tradiscono emozioni molteplici. Anche io riparto con la sensazione di aver visto un tesoro che era stato sempre lì, sotto i miei occhi. Decido che d’ora in poi, in compagnia di una donna o di un uomo che cura la terra, chiederò sempre una manciata delle sue sementi antiche.

L’itineranza dissemina inquietudini di trasformazione personale e collettiva.

 Mariateresa Muraca

muraca

Calabrese per scelta e nomade per vocazione, ho conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Umane presso l’Università di Verona e l’Università Federale di Santa Catarina (in Brasile).
Sono attivista e studiosa di movimenti sociali. In particolare, negli ultimi anni, mi sono occupata
di movimenti femministi e contadini.

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