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Nov

#COWOPPORTUNITY

The 349 co-working spaces in our country (Talent Garden, COWO, Impact Hub, Casa Netural) meet some major needs of our time, as the increase of wandering workers, the need to reconcile work and private life, and a labour market that pushes to self-employment. Always more people under 35, or over 40, decide to use these spaces to cut costs and maybe get in touch with other professionals to create collaborations. For the most flexible jobs in terms of time management as the graphic designer, the programmer or the journalist, it is possible to manage their work from anywhere in the world, relying on these areas that provide basic working tools as Internet, printers and coffee area, to which only add personal skills. These spaces often promote cultural events (language or computer lessons, even made through non-formal learning methods), seminars and workshops relevant to the issues of the space. Co-working spaces evolve and enrich according to what they hold or can produce and the activities carried out within them generate significant social impact. In conclusion, what happens within them, given that these are not considered as simple offices, generate something extremely important for territories: the sense of community

Continua il nostro percorso di analisi sul tema della sharing economy andando a guardare più da vicino un particolare modello di condivisione.

Parliamo degli spazi di co-working. In Italia oggi sono presenti 349 spazi, alcune reti nazionali come Talent Garden e COWO, alcune internazionali come Impact Hub e altri spazi per così dire indipendenti come Casa Netural di Matera.

Innanzitutto, occorre considerare a quale bisogno risponde uno spazio di co-working, perciò proviamo a riassumere in tre punti i principali bisogni/esigenze/necessità ai quali questi spazi rispondono, almeno relativamente al contesto italiano:

  1. mercato del lavoro che spinge verso l’iniziativa imprenditoriale o l’autoimpiego;
  2. conciliazione lavoro/vita privata;
  3. aumento dei cosiddetti lavoratori nomadi.

La start up sembra essere diventata negli ultimi 6 anni la fonte di salvezza per tutti coloro i quali un lavoro non ce l’hanno mai avuto, l’hanno perso e hanno difficoltà a trovarne un altro.

Spesso, si tratta di giovani under 35, ma in realtà secondo una ricerca di Italia Start up i fondatori di start up italiane hanno fra i 30 e i 49 anni con dottorati o master alle spalle, che tuttavia non possiedono sufficienti fondi per permettersi una struttura d’ufficio. Perciò, decidono di utilizzare gli spazi di co-working per ammortizzare i costi e magari entrare in contatto con altre competenze e professionalità con cui collaborare e crescere. Posta la necessità di sviluppare in generale le competenze imprenditoriali, in quanto trasversali a vari settori d’impiego e utili per ragionare sul proprio approccio mentale al lavoro, non si deve e non si può pretendere che ogni giovane o adulto senza lavoro diventi un imprenditore. Anche perché la percentuale di start up che non supera la famigerata “valle della morte”, quella che va dai primi 6 ai 12 mesi di attività, è fra il 50% e il 70%.

D’altra parte soprattutto i giovani stanno sempre di più prendendo coscienza della necessità di essere essi stessi responsabili del proprio lavoro, ma allo stesso tempo di poter costruire una stabilità familiare, avere dei figli e anche la possibilità di passare più tempo insieme a loro, o comunque dedicarsi anche ad altri aspetti della propria vita.

È del tutto evidente quindi che la modalità del lavoro in co-working consente di gestire meglio il proprio tempo e ottimizzare il proprio lavoro, la propria spesa per ufficio e per eventuali babysitter; esistono infatti alcuni spazi come Casa Netural che hanno al proprio interno uno spazio per i bambini, per condividere un babysitter o per prendersene cura a turno fra i partecipanti al co-working.

Riguardo l’ultimo dei tre punti, considerate le professioni oggi fra le più sviluppate e flessibili in termini di gestione del tempo come il grafico, il programmatore, il progettista, il giornalista, ma anche lo scrittore, esiste la possibilità di gestire il proprio lavoro in remoto da qualunque parte del mondo, appoggiandosi a questi spazi che forniscono gli strumenti lavorativi di base (connessione internet, stampante, competenze e un’area caffè) ai quali aggiungere solo le proprie competenze intangibili. In un’epoca in cui tutto si trova ovunque e nuove forme di fruizione turistica sono nate, ad esempio l’albergo diffuso (come strumento per valorizzare piccoli borghi e i centri storici attraverso il recupero delle abitazioni abbandonate adibite ad albergo), anche l’ufficio diventa diffuso. Un ufficio che è nella propria città, ma all’occorrenza è possibile utilizzare altri spazi di lavoro condiviso in un’altra parte d’Italia o d’Europa. Questa forma d’integrazione che viene in realtà dalla disintegrazione degli spazi, può essere certamente anche uno stimolo per internazionalizzare la propria professione e far percepire e intercettare nuove opportunità.

In aggiunta a ciò vanno sviluppandosi, anche se in modo ancora blando, forme di cosiddetto “lavoro agile” per cui anche alle professioni classicamente da ufficio, è data la possibilità di svolgere parte del proprio lavoro fuori dalla sede dell’azienda, magari appoggiandosi proprio a spazi di co-working, concordando gli obiettivi da raggiungere. A tale riguardo, i dati del Politecnico di Milano parlano del 17% delle grandi aziende italiane che ha già avviato percorsi del genere e in aggiunta il 14% che ci sta pensando e il 17% che ha avviato queste esperienze solo per specifici profili. Per quanto riguarda invece le PMI solo il 5% ha avviato percorsi di questo tipo, e in concreto una su due non sa di cosa si parli o comunque non è disposta a modificare la propria organizzazione interna del lavoro.

Sarebbe tuttavia un errore limitare l’attività di uno spazio di co-working alla semplice condivisione degli spazi d’ufficio. Come già accennato, la varietà di spazi presenti anche solo in Italia e la varietà delle attività organizzate al loro interno, generano un impatto di tipo sociale non trascurabile. Spesso, infatti, questi spazi diventano forieri di iniziative culturali di vario tipo, dai corsi di lingue, di informatica (magari realizzati in modalità innovative, con tecniche di apprendimento non formale), seminari e workshop attinenti alle tematiche di cui lo spazio è portatore, fino all’attivazione di veri e propri spin-off. È questo il caso di Agri-Netural (http://www.benetural.com/agrinetural/), un’associazione nata all’interno di Casa Netural a Matera per la valorizzazione di spazi verdi abbandonati pubblici e privati, trasformati in nuovi orti urbani dove organizzare corsi sul territorio e autoproduzione e una volta pronti anche per ospitare concerti e altre iniziative.

Gli spazi di co-working, sono essi stessi in evoluzione, cambiano, s’integrano e si arricchiscono in funzione di quello che ospitano o riescono a produrre. Nascono forme di co-working, che un tempo forse avremmo chiamato “falegnamerie”, ma che oggi per gli strumenti che ospitano e per l’approccio più internazionale e integrato con altre professionalità artigiane e tecnologiche, prendono il nome di FabLab. Laboratori che hanno al loro interno, veri e propri macchinari da cantiere moderno, stampanti 3D, che oltre a stampare, incidono, intagliano, creano ogni sorta di oggetto e spesso riescono anche a rianimare settori, come è quello dell’artigianato, che vive oggi momenti difficili e che ha forse necessità di essere ripensato. Senza comunque tradire le caratteristiche di unicità del prodotto artigianale.

In conclusione, ciò che nasce all’interno degli spazi di co-working, posto che questi non siano semplicemente considerati dei classici uffici, genera qualcosa di estremamente importante per i vari territori: senso di comunità. Danno la possibilità a persone che altrimenti non si avvicinerebbero mai a certe tematiche di conoscerle, di fare nuove esperienze, di crescere come singoli e appunto come comunità.

Elio Lobello

elio

Laurea Specialistica in Management e Consulenza Aziendale – Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro. Master II livello in Progettazione per lo Sviluppo Locale – Università di Bologna.

Dal 2008 mi occupo di progettazione sociale e dal 2012 in particolare di progetti finanziati dall’Unione Europea in ambito sociale, cooperazione territoriale e impresa. Collaboro  diversi enti profit e non profit quali: società di consulenza, Società Geografica Italiana ONLUS, Centro Europeo per il Turismo, Centro Calabrese di Solidarietà.

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