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Il volontariato è un atto politico

Il volontariato è un atto politico

Aisha è libera, viva Aisha! Questo è quanto c’è da dire sulla questione della sua liberazione dopo 18 mesi di prigionia, le cui difficoltà nessuno può neanche lontanamente provare a immaginare. Questo contributo vuole parlare piuttosto del tema del volontariato, in Italia come all’estero, e del fatto che da tempo serpeggia in Italia la concezione che il bene bisogna farlo prima ad alcuni, possibilmente italiani e poi se ne resta, di bene, allora farlo anche per gli altri.

Ci abbiamo creduto davvero in questi mesi, risucchiati nell’implosione casalinga del lockdown. Tutti a pensare a come saremo, a parlarne nelle video chat o al telefono, a interrogarci su quanto di buono potrà venire dalla pandemia, quanto ci abbia avvicinato gli uni agli altri il fatto di aver capito di non essere immuni, né tantomeno immortali. Quanta empatia abbiamo ora per quelli che di solito sono lasciati dall’altra parte del confine (cfr. L’Europa chiude le porte), ora che anche noi siamo confinati nei nostri e gli altri non ci lasciano passare, neanche in questi giorni in cui in Europa si parla di riaperture.

Quanto ci siamo illusi che davvero fosse cambiato qualcosa, che fossimo tornati umani?

Durante i mesi di quarantena le iniziative di volontariato in Italia sono state innumerevoli a partire da quelle portate avanti da Croce Rossa Italiana con i suoi volontari ordinari e quelli temporanei appositamente attivati per l’emergenza COVID-19, a quelle di quartiere organizzate da centri sociali fino a quelle di semplici cittadini al servizio dei propri vicini impossibilitati ad uscire di casa.

Svariate sono state le raccolte fondi, ancora in corso, istituzionali e non, molteplici le persone che hanno messo a disposizione le proprie competenze a favore degli ospedali, sia da parte di singoli come l’esperienza di Fundraising per gli Ospedali che da parte delle tanto contestate ONG come Emergency  o MSF. Le stesse che venivano criticate fino a qualche mese fa e poi richieste per le loro competenze dalle stesse istituzioni pubbliche durante la fasi più dure dell’emergenza sanitaria e tuttora in azione in Lombardia.

Ma poi sono arrivate le voci sulle regolarizzazioni dei migranti, che peraltro salveranno i nostri raccolti e garantiranno l’assistenza a tanti nostri anziani (quindi chi fa un favore a chi ci sarebbe da domandarsi?) e contemporaneamente la storia di una ragazza che a 22 anni era andata in un villaggio in Kenya per fare un’esperienza di volontariato, rapita e ritornata dopo 18 mesi, con l’unica “colpa” di avere trovato la fede, solo non la nostra, ha riaperto il rubinetto dell’intolleranza, della cieca ignoranza e della cattiveria.

Ci sono tanti italiani disoccupati e noi pensiamo a regolarizzare gli immigrati”, “facciamo lavorare nei campi i percettori del reddito di cittadinanza”, oppure per cambiare bersaglio “Perché non ha fatto volontariato in Italia, anche qui ce n’è bisogno, non era necessario andare dall’altra parte del mondo…bene le sta!

Questi sono solo alcuni dei commenti indirizzati a chi voleva alla fine dei conti, solo fare del bene.

Quello che avrebbe dovuto insegnarci questa pandemia era recuperare un po’ di umanità per noi, per il nostro prossimo, ovunque si trovi, nel nostro quartiere, nel nostro paese o fuori da esso e che chi si dedica agli altri siano essi italiani o stranieri, non è un eroe, ma sicuramente non è un criminale, non è uno/a da guardare con sospetto, di cui diffidare…ma a giudicare dalle prime reazioni di questa fase due, penso che ancora non ci siamo.

Diamoci una possibilità, proviamoci, proviamo a metterci nei panni di chi decide di intraprendere un’esperienza di volontariato, dovunque essa si realizzi. Proviamo a immaginare cosa spinge una persona a volersi dedicare al bene di qualcun altro. La sensibilità certo, l’aver provato da vicino qualcosa che poi spinge ad esporsi, la curiosità, la voglia di rompere la routine della vita, un semplice caso, la ricerca di un’appartenenza, trovare un senso, il volersi sentire meno colpevoli, fare pace con sé stessi.

Le ragioni sono potenzialmente infinite e le opportunità di mettersi a disposizione del prossimo anche, quello che da questa esperienza potrà scaturire è tutto un mistero, per alcuni resterà un impegno personale, per altri qualcosa che non si ripeterà, per altri si trasformerà in un lavoro. L’unica cosa che di sicuro un volontario non vuole è essere giudicato, nel bene o nel male, non essere ritenuto un eroe né tanto meno un potenziale criminale, non essere costretto a giustificarsi per aver scelto una causa piuttosto che un’altra, essendo tuttavia pronto però a motivare la sua scelta, a dire perché la sente sua.

Il senso di queste righe è tutto qui, fare volontariato è una scelta, una presa di posizione rispetto alle cose della vita, scegliere di fare volontariato è un atto politico, uno di quelli che persino la Costituzione Italiana riconosce e tutela, senza operare alcuna distinzione rispetto all’oggetto dell’attività o ai destinatari della stessa.

 

Autore; Elio Lobello

Per l’immagine in copertina ringraziamo Victor Torrefiel Vicente

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