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L’arte che racconta il dramma di Lesbo

Le Colonne d’Ercole: l’arte che racconta il dramma di Lesbo

Continua il racconto delle migrazioni al tempo del Coronavirus, dopo il contributo della scorsa settimana testimonianza di un mediatore culturale all’interno del campo di Moria, oggi vi presentiamo un’intervista di Barbara Rosanò su come l’arte racconta il dramma di Lesbo.

La prima settimana di Marzo, prima che tutta questa situazione del “coronavirus” esplodesse, ho contattato prima su Fb e dopo telefonicamente, il giovane artista Andrea Villa definito il Banksy di Torino. Oltre alla disponibilità nell’accogliere la mia richiesta di poterlo intervistare, sono rimasta colpita dalla purezza con cui ha descritto le persone e le situazioni che ha vissuto durante la creazione della sua opera “Le colonne d’Ercole”, sita alle porte del “cimitero dei giubbotti” dell’isola di Lesbo. 

Quando sei stato a Lesbo?

Sono stato due volte, la prima in ottobre per 5 giorni, la seconda una settimana intera a fine gennaio. In ottobre la situazione di giorno era abbastanza tranquilla mentre di sera, a detta dei volontari, c’erano diversi problemi di violenza, stupri, scomparse di bambini utilizzati per traffico di organi.

La situazione si è esacerbata quando, a fine gennaio, sono arrivati altri migranti ed ora è impossibile per gente esterna entrare all’interno del campo. L’atmosfera è tesa e pericolosa e nel giro di pochi mesi è diventata critica.

Ad ottobre sono riuscito a fare visita al campo “pagando” un profugo per farmi da guida. Ovviamente lo fanno solo per i giornalisti o per altri motivi umanitari

Perché hai deciso di andare a Lesbo?

Sono andato per creare un’opera dal nome “Le colonne d’Ercole “, un lavoro creato insieme a The Drama, un artista con cui collaboro. Volevamo creare questa installazione all’interno dell’isola, ma vorremmo portarla digitalmente all’interno di musei e istituzioni internazionali.

L’idea è nata lì? 

L’esigenza del primo viaggio è nata per farmi venire delle idee, il lavoro è stato creato la seconda volta. A Lesbo c’è la versione fisica de “Le colonne d’Ercole”, The Drama ha creato l’installazione multimediale di fianco.

Ho visto che l’installazione sorge in un luogo pieno di abiti dismessi. I migranti che cosa ne pensavano?

Sì, abbiamo creato l’installazione nel “cimitero dei giubbotti. Sia i profughi che gli operatori sono stati entusiasti di questo lavoro. Volevamo donare dei soldi in beneficenza sia per il tour sia per One Happy Family, che ci ha procurato il materiale e a cui hanno recentemente dato fuoco. 

Puoi raccontarci che cosa sai dell’incendio che ha colpito One Happy family?

La One Happy Family, oltre a procurarci le camere d’aria indiane (danaus), ci ha fatto avere il contatto di una ragazza, una profuga afghana di grande intelligenza e volontà che stimo molto e che adesso sta facendo la giornalista ad Atene.

Al rientro avremmo dovuto fare un bonifico ad entrambi, ma poi è successo quel casino dell’incendio e non è stato ancora possibile poter inviare loro il denaro. Sono stati fondamentali per la riuscita dell’installazione. 

A prendere fuoco è stato il doposcuola per bambini, non si sa chi abbia dato fuoco ma si sospetta di Alba Dorata. 

È stato facile arrivare lì?

Paradossalmente è molto semplice. La cosa che mi ha sconvolto è che molti vedevano Lesbo come un posto irraggiungibile ma in realtà è Unione Europea, lì c’è l’euro, ci sono viaggi giornalieri.  Quando arrivi ad Atene c’è una navetta che ogni ora ti porta a Lesbo. Lesbo è casa nostra. È difficile trovare un gancio per le ONG o per andare al “cimitero dei giubbotti”. Noi siamo stati aiutati da Daniele Biotti, un nostro parlamentare che ha seguito il progetto insieme ad altri tre europarlamentari del Partito Democratico.

Quando sei arrivato lì dove hai soggiornato?

Ho dormito in un B&B. Sull’isola c’è tutto, ci sono i supermercati: è un posto civilizzato. Non ci sono lussi e comodità rispetto ad alcune città italiane visto che la crisi economica c’è ancora in Grecia, però non dimentichiamo che ci si può andare in vacanza.

Hai avuto modo di parlare con gli isolani?

Sì, gli abitanti di Lesbo sono tra le persone migliori che ho incontrato in vita mia, sono stati molto accoglienti e tolleranti anche nei confronti della situazione critica. Ovviamente negli ultimi mesi sono stati un po’ meno tolleranti essendosi inaspriti gli animi e lo posso anche capire perché c’è una presenza di profughi enorme rispetto agli abitanti dell’isola stessa. Paradossalmente ci sono stati più episodi di razzismo a sud dell’isola dove passano i migranti. Gli isolani hanno perso tutto il turismo e quindi ovviamente erano incavolati, mentre a nord dove c’è la capitale erano molto più pacifici e amichevoli. Ora non so come sia la situazione, probabilmente anche loro saranno diventati meno tolleranti. Noi abbiamo partecipato a una manifestazione – un giorno di sciopero dove hanno manifestato gli isolani – contro la situazione generale e contro l’Europa.Comunque la manifestazione è stata pacifica, c’era tutta l’isola – ci saranno state circa 50.000 persone -, c’erano famiglie, bambini, c’erano anche profughi e non ci sono state situazioni di violenza. A gennaio i profughi presenti saranno stati 30.000, mi sono stupito fossero così pacifici: io ho solo buone parole per gli abitanti di Lesbo.

Com’è la situazione lavorativa degli abitanti?

Un disastro, più di metà dell’isola era vuota, l’altra metà era in vendita, la crisi economica è fortissima. L’unico motivo per cui l’isola sta ancora a galla è per il turismo, perché due industrie siderurgiche sono poca roba: i turisti fanno sopravvivere l’isola. Metà delle attività commerciali sono fallite. Lo stipendio medio sono 500 euro al mese, con 600 netti vivi bene ma nonostante ciò la gente era accogliente.

Qual era la condizione psicologica degli operatori?

Erano molto provati, quando sono andato ad ottobre li ho trovati stanchi ma a gennaio erano terrorizzati. Quando c’è stata la manifestazione avevano paura che ci fosse gente di Alba Dorata e ci hanno detto che poteva essere pericolosa. Alla fine non è successo niente, ma mi rendo conto che è normale avere paura.

Loro subiscono spesso perquisizioni da parte della polizia greca o da Frontex che è molto temuta perché fanno molti controlli tra i migranti e rischi di essere preso e rispedito a casa: facevano molti controlli anche alle ONG Mi è stato detto che prima gli interrogatori avvenivano in modo blando, ora ci hanno detto che sono diventati molto più aggressivi e che alcuni delle ONG hanno subito violenze fisiche. La situazione è stressante ed ora è anche peggiorata. Paradossalmente loro per rilassarsi andavano a bere tutte le sere per allentare i nervi.

Le sparizioni, gli stupri e le violenze a chi sono imputabili?

È anarchia totale. È molto complesso capirlo. I migranti dicono che l’unica salvezza è avere i documenti. Se tu hai un documento di qualsiasi genere sei identificabile e più tutelabile. Se non hai documenti tu non esisti e questo significa che tu puoi sparire. Ci sono tanti minori non accompagnati. 

Spesso tra i profughi stessi che hanno gravi traumi ci sono persone che soffrono di stress post traumatico, quindi alcuni impazziscono dal dolore o dalla paura e diventano violenti. A volte viene gente da fuori per il traffico della prostituzione. Nell’isola non ci sono controlli. 

Abbiamo visto pochissimo la polizia, c’è l’esercito greco con dei veicoli degli anni ‘70: ci siamo stupiti di come facessero ad essere operativi con certi equipaggiamenti.

Quando sei tornato hai avuto bisogno di sostegno?

Sono stato parecchio male e sono andato in depressione. La cosa terribile è che se non sei lì non puoi capire. Quando torni qua ti senti solo, la gente si lamenta per cazzate, per un autobus che arriva in ritardo. La seconda volta era un po’ più preparato ed è stato meno pesante. Non è stato facile, al mio ritorno ho litigato anche con amici perché non rispettavano questa esperienza: tre giorni dopo il mio ritorno era nato un problema per una prenotazione al ristorante.

Le ONG ti danno solo carboidrati e acqua, più 5 euro al giorno da investire nella spesa. I bambini hanno scompensi alimentari. Andare a Lesbo è stato come entrare in una specie di bolla, essere in un altro pianeta. Tornato a Torino mi sono sentito un pesce fuor d’acqua, non ero più né di Lesbo né di Torino, ero molto frastornato. Inoltre c’è anche la paura di una possibile guerra turca, non c’erano leggi, non c’erano controlli: lo stato brado in tutti i sensi.

Cosa si aspettano i profughi? Come sono organizzati? 

Per prima cosa imparano l’inglese, perché se non lo conosci sei morto. Solo così ti puoi rapportare con tutti perché ci sono profughi di paesi diversi e puoi anche comunicare con le ONG. Ci sono dei corsi di inglese e imparano a una velocità assurda, un ragazzino di 16 anni era al campo da 2 settimane e aveva imparato a parlare in inglese. 

Dopo aver imparato la lingua cerchi il modo di procurarti i documenti contattando dei parenti provenienti dal tuo paese d’origine – in modo che possano accertare la tua esistenza – o facendoti mandare i documenti. I parenti possono, ad esempio, andare all’anagrafe per verificare la tua identità.

Ovviamente per fare questo sono fondamentali i cellulari. I leghisti che dicono “arrivano con iPhone e cellulari” non sanno o fingono di non sapere che per loro i cellulari sono fondamentali. A volte sono le ONG stesse a fornirli loro e molte volte sono cellulari avanzati da multinazionali come Samsung, Apple etc.

Se tu non hai un cellulare e non puoi chiamare nessuno sei nella condizione che ti dicevo prima: se non hai documenti non esisti e se sei un ragazzino ti portano via per gli organi.

Con un certificato di residenza o nascita hai la possibilità di essere portato nei campi profughi sulla terra ferma e già è una situazione migliore perché hai il riscaldamento. A Moria, nel campo illegale, molti dormono nelle tende da campeggio senza riscaldamenti, senza nulla! 

Una pratica molto usata è il ricongiungimento familiare perché molti hanno parenti in varie zone di Europa.

C’è solidarietà?

Sì, straordinaria. Enorme. Questa cosa mi ha davvero fatto stare male: scusa se sono drammatico.

Io sono entrato nel campo profughi ad ottobre e tutti erano felici e mi sorridevano ed io ho chiesto alla mia guida: “ma perché sorridono tutti?” E lei mi ha risposto “perché siamo vivi!”. Ed io non capivo perché mi trovavo in un posto orribile, non c’erano le fogne e avevano scavato canali fognari nel fango dove buttavano anche i rifiuti, sporcizia e puzza ovunque. 

Ad ottobre, prima di partire, avevo visto servizi e film ma non è paragonabile all’essere lì. A livello visivo era simile ma poi cambia tutto.

Quando quelle cose le vedi in tv hai il distacco dello schermo, il tuo cervello non riesce a capire mentre quando lo vedi dici “allora esiste!”. La cosa che mi sconvolge è che se tu leggi la propaganda sovranista dicono solo cazzate e quando sei lì ti rendi conto dell’assurdità.

Quando dicono che sono palestrati… A Moria ho visto che molti facevano di tutto per allenarsi per un culto del fisico, cercano sempre abiti di marca preferiscono non mangiare ma risparmiare per comprare vestiti ma si allenano non solo per questo… Nei paesi sub-sahariani o sei forte o muori. Per quei viaggi lì devi avere un certo fisico: chi arriva vivo è gente forte che resiste. 

Hai saputo qualcosa dei suicidi dei bambini?

Lì esiste la depressione infantile, un problema molto grave, stress post traumatico per i minori non accompagnati. Ci sono tantissimi casi di autolesionismo, ci sono bambini che prendono coltelli e si tagliano le braccia. Io ne ho visto uno di 5 anni. Ero in macchina, si avvicina appoggiandosi al finestrino, aveva l’aria di sfida. Ho notato dei tagli verticali sulle braccia, era martoriato. Ho chiesto alla guida ma non ha risposto.

Io ho parlato con diversi profughi, sono tutte persone simpatiche ed erano molto gentili con me: erano curiosi del perché fossi lì e del fatto che ero occidentale.

Molti mi hanno detto che la cosa più brutta è stata attraversare il deserto e la Turchia, perché in Turchia inconsciamente pensano sia più sicuro. Il problema è che non calcolano che, passando da Palestina ed Egitto, passano dai doganieri, poliziotti corrotti etc, gente che può farti di tutto. In Turchia si finisce nelle carceri turche non di Istanbul ma delle città provinciali: carceri che sono in condizioni assurde… 

Le tue “colonne d’Ercole”? Come si è svolto il lavoro? Cosa c’è al di là delle colonne d’Ercole?

Quando ho iniziato a lavorare all’installazione mi sono reso conto, gonfiando le camere d’aria, che erano spesse pochi millimetri e che si bucavano con una certa facilità. Le avevo gonfiate la mattina e la sera erano già leggermente sgonfie. Questi sono i loro salvagente! E pensare che la maggior parte di questi ragazzi non sa nuotare…

Ho chiamato l’installazione “Colonne d’Ercole” per simboleggiare non solo il passaggio verso una terra di salvezza, come può essere per i migranti, ma anche come un passaggio da un’era a un’altra. Finito un periodo storico per l’umanità si passa verso altro.

Le colonne vengono anche utilizzate come simbolo del dollaro, simbolo di potere, di civiltà e per me sono simbolo del fallimento della nostra civiltà, del nostro mondo, del nostro sistema. Ci sto lavorando molto, ci tengo molto. 

Cosa possiamo fare?

Dopo un lungo silenzio (nda): Secondo me l’unica cosa che possiamo fare è cercare di dire: al di là del clima, della questione dei migranti, al di là di tutte le questioni sociali ed economiche dobbiamo dire al parlamento e ai politici che qui affondiamo tutti perché il mondo ci sta chiedendo di cambiare, ce lo sta urlando! Dobbiamo cambiare il sistema economico e sociale, sarà un processo lento e difficile ma dobbiamo cambiarlo perché non è più sostenibile. È uno dei motivi per cui si è sparso il coronavirus. Bisogna cambiare tante cose all’interno della nostra società.

Dobbiamo cambiare il sistema, anche quello delle notizie, delle fake news, io lavoro molto su quelle. Queste cose stanno capitando perché stiamo arrivando a un punto in cui tutto questo non è più efficace: il mondo è cambiato.

Il problema di Lesbo è un riflesso di questo problema, è un effetto collaterale… Dallo scioglimento dei ghiacciai, alla questione dei migranti fino ad arrivare al coronavirus.

La mia intervista è durata quasi un’ora e Andrea non mi ha ancora mandato a quel paese. Anzi, prima di riattaccare, ci lasciamo con la promessa di collaborare insieme per qualche progetto artistico/sociale di MEET Project. 

Conclusa la telefonata, dopo aver controllato la registrazione e gli appunti, ho riguardato le foto delle “Colonne d’Ercole” di Lesbo. Ovviamente con spirito diverso. Ho ripensato alle parole di Andrea, le parole di un giovane e di un artista ma anche di una persona al di fuori di certi ambiti sociali. Mi sono chiesta che parole utilizzerebbero i ragazzi della sua età o l’impiegato della posta, il banchiere, l’insegnante, l’avvocato per descrivere il campo di Moria. Mi sono chiesta come sarei tornata io da quel viaggio e se mai si torna poi davvero da certi luoghi.

Poi il giorno dopo non ci ho pensato più, l’emergenza Covid19 era arrivata “a casa”… e oggi, sbobinando questa intervista durante il sedicesimo giorno di quarantena, tutto si dipana e poi tutto sembra collegato. Una lezione impartita dai vertici più alti della natura ci impone di pensare veramente, ardentemente, pazientemente. Ed io, nel mio piccolo, spero che nessuno si concentri egoisticamente solo sui propri problemi perché tutto questo è un effetto collaterale.

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